La-canzone-dell-emigrante

La canzone dell’emigrante

Fino alla fine dell’800, Santa Lucia era considerata un tranquillo borgo di pescatori. Nella famosa nenia di Cottreau si adombra una dimensione paradisiaca «Oh! dolce Napoli. Oh! suol beato dove sorridere volle il Creato». Con l’arrivo del Novecento, vediamo stravolto questo ruolo: Santa Lucia, pur non avendo una banchina per l’attracco delle navi, si fa interprete del dramma dell’emigrante. Immedesimandosi appieno in questo ruolo. L’emigrante, che dalla nave vede l’ultimo lembo di terra patria, pensa che la terra promessa non è oltremare, ma nel ritorno a Santa Lucia: «Core nu vò ricchezza / chi è nato a Napoli/ nce vò murì» (Santa Lucia luntana, E.A.Mario). L’aspetto di Santa Lucia come «impersonificazione» della nostalgia dell’emigrante è la conferma di una territorialità dei sentimenti presente nella cultura napoletana. Ad esempio nella canzone «Guapparia» (Falvo-Bovio), sembra che la malavita alberghi solo nella Sanità: «ero o cchiù guappo e tutta a Sanità». Marechiaro, invece, si configura come un’esclusiva relazione del napoletano col mare. Una relazione connotata da un particolare stato d’animo onirico, trasognato, accondiscendente al rapporto amoroso che si avvale di tutti gli orpelli tipici di una cultura povera: la barca, la rezza, la luna, il canto del pescatore. Toledo, infine, rappresenta il luogo dove spadroneggiano intrecci di rapporti personali e situazioni sociali: «lo mammeta e tu / passiggiammo pe Tuledo, io annanze e mammeta areto» («Io mammeta e tu», Modugno-Pazzaglia).

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