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Astuzia e saggezza: il mestiere di vivere

Ho serbato memoria, anche se un po’ sfumata, di un’intervista resa da Renzo Arbore su Repubblica, ove l’intervistato si faceva carico della sua acquisita napoletanità. Alla domanda di quale fosse la caratteristica positiva del napoletano, Arbore rispondeva :« ‘a capa fresca». Intelligentemente riassumeva per inciso, Ie caratteristiche di un unicum storico, sociale e comportamentale che rifuggiva da ogni tentativo di catalogazione. Ma «’a capa fresca», enunciata cosi lapidariamente, la variabile di un più vasto affresco nel quale convergono l’allegria, l’ambiente, il buonsenso, il conformismo, le contraddizioni, la diffidenza, l’ironia tollerante che non é mai sarcasmo, l’intelligenza, la gioia di vivere e tante altre componenti di difficile ricognizione. Tra tutte queste istanze, senza far torto al quadro generale, preminentemente primeggia l’ammirazione e l’uso dell’intelligenza che il napoletano a suo modo esercita. Furbizia, destrezza, astuzia sono ritenute forme elitarie d’intelligenza. Attraverso le quali naviga a suo agio l’uomo, il suddito, il cittadino, esercitando lo stimolo primario di risolvere i suoi problemi. Non é mai così stupido da commettere l’errore di spingersi su un terreno che non conosce e non domina. La furbizia partenopea consiste dunque nall’abilità, sostanzialmente intuitiva, di raggiungere fini d’immediata utilità attraverso l’uso di un continuo esercizio di un’intelligenza speculativa. Questa forma di furbizia é mitigata dal buonsenso e dall’ironia che non mai affermazione di superiorità, di distinzione tra il bene e il male; il giusto dall’ingiusto in forze di una facoltà spontaneamente appresa. II napoletano sembra godere di questa dote: avere il senso della misura e, ove questa difetti, di gestire la sua vicenda umana all’insegna della relatività e della precarietà dell’esistenza. Napoli ha tremila anni di storia alle spalle e tutti i tremila vengono condensati da una millenaria esperienza morale, religiosa e filosofica. Anche la fede viene esercitata nell’esibizione liturgica senza alcun pathos d’impegno. La processione (caratteristica napoletana) con tutto il suo sfarzo soddisfa l’immaginazione ma mortifica la fede. Il comportamento tollerante è frutto di una stratificazione e di una sedimentazione che ispira solo azioni d’indulgenza senza eccedenze e comportamenti cinici: in parole riduttive esercizio del buon senso. Di conseguenza, napoletani sono custodi di una saggezza spicciola e pragmatica senza grandi supporti ideali. Hanno, inoltre, un viscerale attaccamento al pregiudizio che li porta ad un forte attaccamento al passato: preferiscono le certezze del passato alle incognite del futuro. Per questo motivo, il napoletano rigetta le forme più spinte del cosiddetto modernismo, atteggiamento che costituisce il vero oro di Napoli, consapevole – come diceva Mc Luhan – che la specializzazione dell’epoca moderna é «una serie di passi esatti su una grande meta sbagliata». Questa é l’umca forma valida per riscattare la propria intelligenza dalle interferenze negative, e spesso pericolose, del vivere moderno.
Tiempe belle e na vota, ma pecché nun turnate
Vuie ci avite lassato ma, pecché nun turnate”
Un oro che col tempo non si è appannato è il filone della canzone napoletana che rimane la forma più alta di espressione culturale; empirismo napoletano non poteva accettare delle forme culturali non duttili prive d’immediatezza e facilmente fruibili “A sperienza vince a scienza” per quanto può essere pessimista l’oro di Napoli punta anche sul proprio riscatto “Chillo ‘o fatto è niro niro comme a che”. Intanto quadro negativo in fondo al tunnel balugina una fioca luce di speranza
Tu stai malata e canta, tu stai murenno e canta
Questa è certamente I’applicazione più realistica della filosofia della sopravvivenza.
«N’ora de buon porto fa scordare cient’anni di sfortuna» (G.B Basile II Pentamerone, da «Lo cunto de li cunti», 1627).

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